Intervento di fine seduta su Archivi e Biblioteche che non hanno ancora riaperto

L’ex ministro dei beni culturali Massimo Bray ha pubblicato di recente un bel volume dal titolo quanto mai azzeccato: “Alla voce cultura”, si chiama, e proprio la CULTURA è l’oggetto del mio intervento odierno. Un lemma, cultura, che in questa Aula è ormai quasi dimenticato, se non proibito, sia perché risuona di rado sia perché, quando accade, ha quasi sempre il suono fesso delle scatole vuote. Ebbene, è così anche nel Paese: quest’aula (come la Camera) ne è lo specchio fedele.

Istruzione e Cultura” è definita ancora oggi la commissione di cui mi onoro di fare parte, perché l’imbarazzante verità è che cultura non basta a se stessa, nella mente dei più: occorre sempre associarla a qualcosa che la ‘giustifichi’ e le ceda un po’ della propria dignità. Cultura e turismo, sentiamo poi ripetere spesso negli ultimi tempi, complice la malaugurata attribuzione delle competenze sul Turismo al MIBAC. L’avere guadagnato il primo posto all’interno del binomio non cambia però la gerarchia: è il turismo che, tra virgolette, salva la cultura, non viceversa – il mondo che salva la bellezza, per intenderci –, almeno nella percezione ministeriale.

Sono convinta, anzi, che dopo avere restituito all’acronimo MiBAC la T finale, e averlo dotato di un’apposita Direzione, con l’ordine di occupare manu militari parte degli spazi che nella Biblioteca Centrale dello Stato erano dell’ICCD, presto si farà in modo di riconoscere apertamente al Turismo il primato che ha già, in via di fatto, agli occhi di chi lo crede e proclama inscindibile dalla Cultura, mentre a mio avviso il Turismo non ha a che fare con la Cultura bensì con la sua mercificazione.

E lo dimostro con un esempio eclatante. Un merito che questo Governo può senz’altro rivendicare, in materia di interventi atti a ristorare le migliaia di lavoratori danneggiati dal Covid 19, sono i 5 miliardi destinati “alla Cultura e al Turismo”, così recita la formula, salvo constatare che alla prima ne va 1 solo e al secondo 4. Dalla sistematica sottovalutazione della Cultura discende anche lo stato precario delle nostre infrastrutture di settore, già in sofferenza per carenza di personale e di risorse prima della pandemia che ora offre alibi a molti: chi non griderebbe allo scandalo se oggi, 24 giugno 2020, fossero invece ancora chiusi i porti o bloccate le autostrade o semplicemente sbarrati gli stadi? Eppure molti Archivi e molte Biblioteche, che sono tra le principali infrastrutture del sistema culturale italiano, unitamente a Musei e Gallerie, non hanno ancora riaperto. La mia città, ad esempio, Crotone, ha due musei nazionali entrambi inaccessibili, e Vibo lo stesso.

Negli ultimi giorni gli allarmi a riguardo di Archivi e Biblioteche si sono moltiplicati: penso alla lettera della Giunta delle Società Storiche ai ministri Franceschini e Manfredi, seguita dall’appello di un gruppo molto nutrito di docenti universitari, dottorandi, assegnisti, bibliotecari e ricercatori indipendenti. Mi permetto di fare loro eco in quest’Aula e di aggiungere la mia a tante voci, anche molto autorevoli, che denunciano la paralisi alla quale gli italiani che si dedicano alla ricerca di ambito umanistico sono stati condannati ben oltre la fine della fase 2. Perché non è il numero degli utenti diretti a fare la NECESSITA’ ma il valore e la insostituibilità del servizio offerto.

Che senso ha continuare a costringere i dipendenti della PA allo smart working e assoggettare ad assurde quarantene documenti e libri? La CULTURA rischia di pagare il prezzo più salato solo perché Archivi, Biblioteche, Musei e Gallerie statali non hanno alle spalle gruppi di pressione capaci di condizionare le scelte dell’Esecutivo al pari delle compagnie aeree, delle società di calcio o dei proprietari di discoteche.

E su tutto questo si stende il silenzio ostinato del Ministro della Cultura, non scalfito neppure dalla improvvisa scomparsa, 2 settimane fa, del magistrato Paolo Giorgio Ferri, campione della lotta all’esportazione illecita di reperti archeologici e opere d’arte fuori dai nostri confini, al quale hanno reso cavalleresco omaggio persino gli avversari di sempre: i musei statunitensi che costrinse a restituire qualcosa del bottino frutto del saccheggio del patrimonio culturale italiano che ha ad es. nelle argenterie ellenistiche di Morgantina (appena rientrate in Sicilia dal periodico confino negli USA) una delle prove più eclatanti della gestione tutt’altro che accorta di questo settore ad altissima valenza identitaria e degli interessi del Paese.

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