Collezione Torlonia (2)

Interrogazione parlamentare presentata in Senato > LINK

Atto n. 3-01531 (in Commissione)

Pubblicato il 30 aprile 2020, nella seduta n. 212
Svolto nella seduta n. 167 della 7ª Commissione (24/06/2020)

CORRADO , GRANATO , FERRARA , VANIN , TRENTACOSTE , ABATE , ANGRISANI , PIRRO , DE LUCIA , LANNUTTI , MAIORINO – Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. –

Premesso che:

la pandemia da COVID-19 ha impedito l’apertura, il 4 aprile 2020, nella sede dei musei capitolini a palazzo Caffarelli a Roma, della prevista esposizione a cura di Salvatore Settis e Carlo Gasparri di 96 su 623 tra statue e sculture della collezione Torlonia, la più importante raccolta privata di marmi antichi del mondo;

dopo la tappa romana, è previsto che i marmi siano trasferiti a Parigi (al Louvre) e poi a Los Angeles (“J.P. Getty museum”), per tornare in fine a Roma “in una sede permanente, cercando un luogo adatto insieme al Comune e alla Famiglia”, come si legge on line su “artribune” il 18 ottobre 2019;

a monte c’è l’accordo del 15 marzo 2016 tra il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, anche allora a guida Franceschini, e la fondazione Torlonia onlus, creata nel 2014, stipulato in un’ottica di collaborazione pubblico-privato finalizzata esplicitamente a definire le attività e individuare gli immobili utili ad assicurare la fruizione pubblica della collezione dei Torlonia in Italia;

considerato che:

in data 19 febbraio 2020 la prima firmataria ha presentato un’interrogazione, ad oggi senza risposta, che traeva spunto dagli articoli di Claudio Marincola su “il Quotidiano del Sud” del 16 e 18 gennaio 2020. Attingendo alla citazione in giudizio del “Getty museum” davanti il tribunale di New York da parte della Phoenix Ancient Art dei fratelli Ali e Hicham Aboutaam, Marincola svelava la trattativa intercorsa, anteriormente all’accordo dei Torlonia con il Ministero, fra quelli e il Getty museum, per l’acquisto e il trasferimento della collezione nella celebre villa privata di Malibù;

l’affare, da centinaia di milioni di dollari, a parere dei mediatoti (gli Aboutaam) sarebbe sfumato perché venditore e acquirente li avrebbero tagliati fuori per accordarsi direttamente, da ultimo sull’ipotesi oggi praticata, facendo perdere loro la ricchissima provvigione;

Marincola, che data erroneamente la citazione in giudizio ad aprile 2018, presume che a far saltare il piano originale sia stato il contenzioso tra gli eredi del principe Alessandro Torlonia, morto a dicembre 2017, con relativa impugnazione del testamento e provvedimenti giudiziali, nonché il contegno spregiudicato del nipote del principe e presidente della fondazione;

considerato inoltre che:

un articolo di Fabio Isman pubblicato sul numero di aprile 2020 de “Il Giornale dell’Arte”, oltre a riferire che il tribunale newyorkese ha dato torto ai querelanti, ricostruisce anch’esso la vicenda del tentato acquisto della collezione Torlonia da parte del Getty museum ma, rispetto al primo, attinge in modo più diretto e fedele alle 38 pagine del documento legale, depositato in realtà il 12 gennaio 2017 e oggi reperibile in rete, restituendo una versione dei fatti più circostanziata;

sembra certo, nonostante le ambiguità di quel testo, che dopo l’ipotesi iniziale di acquistare la collezione e trasferirla negli USA, risultata non percorribile, quanto al secondo aspetto, alla luce della legislazione italiana vigente (fatto che, nonostante il parere legale chiesto all’ex avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli, pare essere risultato chiaro agli Aboutaam solo a seguito dell’incontro di maggio 2015 con l’allora direttore generale archeologia del Ministero), fu elaborata una diversa ipotesi di lavoro;

la nuova soluzione prevedeva che il museo californiano avrebbe comprato la collezione per lasciarla in Italia, esposta in uno storico palazzo romano, e ne avrebbe veicolata la conoscenza negli USA centellinandola con esportazioni temporanee di piccoli nuclei selezionati di marmi;

il tentativo della Phoenix di rivendicare la paternità della terza scelta tattica, consistente non nella vendita ma nell’esposizione e portata ad effetto a marzo 2016, si è risolto in tribunale in un nulla di fatto, sì che il Getty non solo non deve pagare i 77 milioni richiesti dagli ideatori dell’affare e mediatori ma, senza spendere il previsto mezzo miliardo di dollari, si è comunque assicurato, per ora, la mostra del “meglio” della collezione Torlonia a Los Angeles, seconda tappa estera dopo quella parigina, con i relativi introiti milionari;

valutato che lo scenario futuro sembra poter riservare altre “sorprese”, poiché il silenzio che aleggia sul previsto “programma organico di valorizzazione” dopo la grande mostra romana sulla storia della collezione può far temere che le intese e le condizioni fissate al riguardo tra il Ministero e i Torlonia in atti successivi all’accordo di marzo 2016 possano tradire lo spirito dell’intesa iniziale,

si chiede di sapere:

quali accordi siano stati stipulati dal Ministero per i beni culturali con la fondazione Torlonia onlus dopo l’intesa del marzo 2016 e quale ufficio abbia condotto le trattative; altresì quali accordi il Dicastero abbia stretto, quando e tramite chi, con il Louvre e il Getty museum;

a quale tavolo istituzionale siano state decise, e su proposta di chi, le due sedi estere di allestimento della mostra, non ancora selezionate all’atto dell’accordo di marzo 2016, che, ispirato da finalità di tutela, concentrava l’attenzione sull’opportunità di esporre finalmente al pubblico, in Italia, una prima selezione e poi tutta la collezione Torlonia, lasciando molto sullo sfondo le due trasferte internazionali, prospettiva oggi completamente ribaltata;

quali garanzie di affidabilità i Torlonia possano dare al Ministero dopo che, già responsabili del clamoroso abuso edilizio (poi prescritto) che negli anni ’70 del secolo scorso determinò lo smantellamento del museo ottocentesco di via della Lungara 1, dal 2010 a tutto il 2015 hanno tentato di vendere la collezione agli americani sulla base di una trattativa segreta che, contra legem, ne prevedeva l’esportazione, nonostante fosse vincolata dal 1910;

se il Ministro in indirizzo ritenga di rispettare il principio di cautela trasferendo all’estero per oltre un anno la prima esposizione dei marmi Torlonia mai realizzata, ancor prima che in Italia sia scelta e predisposta la sede definitiva dell’esposizione, e di portarla proprio nel museo privato diretto da quel Timothy Potts che, con sorprendente disinvoltura, dalla primavera 2013 fino all’estate 2015 ha brigato per acquistare e trasferire la collezione negli USA grazie agli Aboutaam, per poi estrometterli e accordarsi direttamente con i Torlonia, quindi rapportarsi senza imbarazzi con il Ministero per l’esposizione della collezione al Getty museum;

se, inoltre, ritenga di rispettare il principio di cautela assentendo all’esposizione dei marmi Torlonia proprio nel museo privato statunitense che, nonostante la sentenza definitiva della Cassazione emessa a dicembre 2018, non ha ancora proceduto alla restituzione all’Italia dell’atleta di Fano (il bronzo di Lisippo ripescato in Adriatico nel 1964, acquistato dal Getty museum e ivi esposto dal 1977) ma anzi ha commentato quella pronuncia dichiarando di non ritenere legittima la confisca della statua e di non avere intenzione di renderla al nostro Paese.

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