Apollo Sauroctono del Cleveland Museum of Art

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Atto n. 3-01528 (in Commissione)

Pubblicato il 29 aprile 2020, nella seduta n. 211

CORRADO , VANIN , ROMANO , ANGRISANI , PRESUTTO , TRENTACOSTE – Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. –

Premesso che:

risulta all’interrogante che il Cleveland Museum of Art (CMA) esponga, da qualche anno, una scultura in bronzo mutila dell’avambraccio sinistro e del braccio destro (restano anche la mano sinistra e la lucertola) che molti specialisti identificano con l’Apollo Sauroktonos (che uccide il rettile), celebre opera dello scultore greco Prassitele (IV sec. a.C.);

la statua era già nota per qualche decina di repliche romane in marmo, dopo che nel ‘700 fu riconosciuta dal barone prussiano von Stosch, grazie alla descrizione pliniana, e più tardi studiata da Winkelmann, ma l’Apollo di Cleveland sarebbe il solo originale in bronzo superstite del celebre scultore ateniese;

considerato che:

la notizia dell’avvenuta acquisizione da parte del Museo dell’Ohio è stata resa pubblica dalla direttrice il 22 giugno 2004; a vendere è la società specializzata Phoenix Ancient Art S.A., dei fratelli Ali e Hicham Aboutaam, mercanti di antichità con gallerie a Ginevra e New York;

secondo la versione ufficiale, la sede ginevrina della Phoenix Ancient Art S.A. avrebbe acquistato il capolavoro da un venditore anonimo al quale, se si dà credito all’avvocato tedesco Ernst-Ulrich Walter, che sostiene di essere rientrato in possesso nel 1990, grazie alla riunificazione della Germania, di una residenza di famiglia nei pressi di Dresda sequestratagli dopo la seconda guerra mondiale dove ricordava la statua in giardino, già creduta un manufatto del XVIII o XIX secolo, fin dal 1930, e dove la recuperò in pezzi verso il 1993, dovrebbe averla ceduta il mercante d’arte olandese che nel 1994 la ebbe dallo stesso Walter, vittima di un vuoto di memoria quanto all’identità dell’acquirente;

avrebbe fatto in tempo a vedere la scultura in quello stesso giardino, nel 1993, anche la specialista rumena Lucia Marinescu, che per prima l’ha presentata al mondo scientifico in un congresso internazionale di bronzistica nel 2003, dunque anteriormente all’esposizione nel CMA, ma ad acquisto probabilmente già avvenuto;

lo scopo non dichiarato e tuttavia patente di questa sequela di passaggi dai contorni incerti è accreditare l’idea che la statua si trovasse in Germania in data molto anteriore alle convenzioni dell’Aja del 1954 e UNESCO del 1970 (che tra l’altro impone ai musei l’obbligo di vigilare affinché la costituzione delle proprie collezioni sia fondata su principi morali universalmente riconosciuti), così da sottrarla alle rivendicazioni dei Paesi mediterranei dai quali, in teoria, potrebbe provenire;

la credibilità degli Aboutaam è infatti pressoché nulla, poiché su entrambi pendono condanne, in Egitto e negli USA, per reati connessi a traffici illeciti di antichità su scala internazionale; indagati in vari Paesi, in Italia i due fratelli di origini libanesi, già coinvolti in indagini analoghe insieme agli altrettanto famigerati R. Symes e G. Becchina, hanno avuto un ruolo anche nel recente tentato acquisto della Collezione Torlonia (2015), oggetto di un pregresso atto di sindacato ispettivo dell’interrogante;

considerato inoltre che:

stante la palese inattendibilità della ricostruzione ufficiale dei fatti, l’ipotesi di un trafugamento dall’Italia dell’Apollo di Prassitele non ha generato alcun dibattito nell’opinione pubblica nazionale né tra gli studiosi, benché sia stato sostenuto con validi argomenti che la statua si trovasse a Roma già in età repubblicana e che il Palatino potrebbe averla ospitata fino ai celebri saccheggi del V secolo;

la Grecia ha invece richiesto con forza agli americani la restituzione della scultura, le cui fratture sembrerebbero compatibili con il ripescaggio accidentale in un sito archeologico subacqueo, asserendo che proverrebbe dalle sue acque territoriali; così anche la Turchia;

altrettanto plausibile è per gli specialisti uno scenario simile, ma non identico: quello indiziato dal recupero, nella seconda metà degli anni ’90, nelle reti di pescherecci che frequentano il Canale di Sicilia, di alcuni bronzi ellenistici di altissima qualità (compreso il celebre “Satiro Danzante”);

considerato infine che:

la rimozione immediata, da parte dei restauratori del Cleveland Museum of Art, delle incrostazioni, della patina e persino dei residui interni della statua (terre di fusione), rende impossibile, oggi, avere informazioni dirette sia sulla sua origine sia sulle condizioni di giacitura del manufatto (sotto terra o sott’acqua);

ciò nonostante, non è escluso che un team multidisciplinare e l’impiego delle tecnologie raffinate oggi disponibili potrebbero offrire un contributo alla verità, se il CMA non impedisse agli studiosi stranieri di avvicinare la statua, italiani compresi, benché nel novembre 2008 il Ministero per i beni e le attività culturali abbia stretto con l’Istituto un accordo di cooperazione per la restituzione di 14 reperti di provenienza italiana,

si chiede di sapere:

se, per il tramite dei Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale, sia mai stato chiesto di interrogare o interrogato il signor Walter, asserito ex proprietario e venditore della statua oggi a Cleveland, o i fratelli Aboutaam o il curatore del CMA Michael Bennet;

se esistano documenti o fotografie attestanti la presenza della statua in Germania prima della firma della convenzione UNESCO del 1970;

se, come convenuto nell’accordo del 2008, una commissione scientifica paritetica di esperti designati dal Ministero e dal Museo abbia mai esaminato l’Apollo e prodotto una relazione al riguardo;

se il Ministro in indirizzo abbia ricevuto dal CMA copia integrale di tutte le analisi effettuate sulla statua e sulla base (moderna), insieme alla documentazione degli interventi di restauro eseguiti;

se intenda riferire in quanti casi il Memorandum d’intesa Italia – USA del 2001 abbia finora trovato applicazione;

se, in generale, non creda giunto il momento di prendere le distanze dalla strategia che negli scorsi anni ha premiato con collaborazioni e prestiti proprio i musei stranieri meno attenti alla legalità nelle loro campagne acquisti, compreso il Cleveland Museum of Art;

se non ritenga opportuno cessare di assecondare questi consapevoli predatori delle antichità in cambio della restituzione di pochi pezzi eclatanti, mentre nei depositi di detti istituti resta, spesso neppure reclamato, il frutto di migliaia di furti d’arte commessi sul territorio italiano.

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