Bene Bonisoli su prestito negato di Caravaggio

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Siamo quelli del No, quando occorre, motivato e sereno.

Mi permetto di dare voce, insieme ai colleghi senatori della Commissione Cultura, alle centinaia di storici dell’arte e restauratori dipendenti dello Stato che, nella recente decisione del titolare del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Alberto Bonisoli, di negare il trasferimento nel Museo di Capodimonte della tela di Caravaggio raffigurante “Le sette opere della misericordia”, dipinta per la chiesa del Pio Monte di Pietà, riconoscono un segnale forte di quel cambiamento di rotta che essi auspicano da tempo senza tuttavia potersi esprimere, per non incorrere in sanzioni disciplinari. Riconoscendo la priorità di mantenere integro il contesto quando, come nel fortunato caso napoletano suddetto, l’opera d’arte non è stata strappata alla sua sede originaria, la decisione di Bonisoli di duplicare i luoghi della mostra di Capodimonte includendo Il Pio Monte di Pietà sottende la volontà di restituire dignità a quelle discipline e ridare ai tecnici del settore la libertà di decidere sulla movimentazione delle opere d’arte secondo scienza e coscienza, invece che assecondando convenienze di poco momento. Era ora!

Al merito di premiare l’interesse del pubblico per Michelangelo Merisi, del resto, l’iniziativa napoletana non aggiunge alcun pregio scientifico, dato che non poteva essere trascurato. La sottolineatura non è superflua, perché il lavaggio del cervello che i media hanno fatto all’opinione pubblica negli anni scorsi, allo scopo di promuovere la politica dell’ex ministro Franceschini in materia di beni culturali, ha generato l’automatismo per cui alle valutazioni ponderate di chi fa tutela, cioè assicura la conservazione del patrimonio storico-artistico italiano per le generazioni future mentre ne approfondisce la conoscenza a vantaggio della collettività mediante lo studio scientifico, si oppone la filastrocca becera dell’arretratezza mentale dei tecnici e della perdita di occasioni per il Paese. Occasioni di fare cassa, s’intende.

Il malefico “succo del tasso” è penetrato talmente a fondo nelle orecchie dei cittadini e degli stessi dirigenti MiBAC che ogni giorno si legge di decisioni discutibili prese in omaggio ad una visione commerciale delle opere d’arte, equiparate a pacchi postali, pronte a lasciare i nostri musei nazionali per le più disparate destinazioni estere in nome di una promozione del brand Italia che si traduce in mero consumo delle stesse, dunque in un depauperamento scientemente perseguito. Un consumo non privo di rischi. L’assicurazione di ciascuno dei dipinti – una cinquantina – che, pare, lasceranno le sale di Palazzo Barberini e della Galleria Corsini la prossima estate per uno spazio espositivo tedesco è di gran lunga superiore alla cifra complessiva sborsata dal privato beneficiario del prestito temporaneo. Se pure l’assicurazione fosse dieci volte più alta, varrebbe il rischio di danneggiare o perdere una qualsiasi di quelle opere irripetibili che sono testimoni e sostanza della memoria del paese e della cultura mondiale? Cederle per poche migliaia di euro lasciando al collezionista tedesco la possibilità di trarne un guadagno milionario significa agire nell’interesse degli italiani?

Bene ha fatto il Ministro a non cedere alle pressioni nel caso napoletano. Bene farà mantenendo la stessa linea in tutti i frangenti simili, anche a rischio di rinunciare al consenso dei parolai per tutelare la dignità del nostro patrimonio culturale e degli operatori del settore.

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