Collezione Torlonia (1)

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Atto n. 3-01402

Pubblicato il 19 febbraio 2020, nella seduta n. 193

CORRADO , ANGRISANI , PIRRO , TRENTACOSTE , PAVANELLI , PRESUTTO , CROATTI , LANNUTTI , VANIN , DE LUCIA , ACCOTO , MORRA – Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. –

Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

la raccolta Torlonia, formata nel corso del XIX secolo come “collezione di collezioni” (legge Franchi Viceré) e allocata ormai da decenni nei seminterrati del palazzo di famiglia in via della Lungara n. 1, a Roma, è una delle più straordinarie raccolte di statue e sculture antiche del mondo e senz’altro la principale tra quelle tuttora di proprietà privata;

il 4 aprile 2020, grazie ad un accordo stipulato nel 2016 dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dalla fondazione Torlonia onlus, nata due anni prima, poco meno di un centinaio dei circa 620 marmi esposti a fine ‘800 nell’ex granaio adibito a museo e scelti dal curatore professor Salvatore Settis (l’altro responsabile è Carlo Gasparri) andranno in mostra per la prima volta, ospitati nella sede dei musei capitolini a palazzo Caffarelli;

restaurate grazie al mecenatismo di Bulgari, mentre “Electa” si farà carico dell’esposizione allestita su progetto della David Chipperfield architects Milano, le sculture saranno poi trasferite a Parigi e a Los Angeles, quindi, come ha sostenuto il Ministro in indirizzo, “Alla fine di questo percorso, si prevede a Roma il ritorno del Museo Torlonia in una sede permanente, cercando un luogo adatto insieme al Comune e alla Famiglia”, come si legge su “artribune” il 18 ottobre 2019;

considerato che, sempre a quanto risulta:

il 18 gennaio 2020, sul “Quotidiano del Sud”, è stato pubblicato un articolo di Claudio Marincola intitolato “I tesori della collezione Torlonia. Il piano per trafugarli negli USA”: lo scoop del giornalista romano nasce dalla lettura degli atti della causa intentata al Jean Paul Getty Museum di Malibù, circa due anni fa (aprile 2018), dalla Phoenix Ancient art di Ginevra, cioè i mediatori che lo stesso museo californiano aveva incaricato di trattare riservatamente con i Torlonia;

la pretesa di un risarcimento da 77 milioni di dollari, pari al 22 per cento del valore attribuito alle opere (stimate fra 350 e 550 milioni di dollari), ha origine dalla mole di lavoro svolto dalla Phoenix, con il coinvolgimento di professionalità di altissimo livello (nelle attività di expertise, analisi storico-stilistica, indagini scientifiche, catalogazione dei marmi, eccetera), durante la stagione in cui gli americani hanno creduto possibile acquistare la collezione e trasferirla all’estero;

sembra che a far precipitare le cose, fino alla rinuncia all’affare da parte del Getty museum, siano stati il contenzioso sorto tra i figli del principe Alessandro Torlonia, morto a dicembre 2017, e il fatto che il nipote di quello, A.F. Poma Murialdo, visto che già allora la banca di famiglia (Banca del Fucino) da lui presieduta navigava in pessime acque (ad ottobre 2019 è stata ceduta ad Igea), avrebbe continuato a trattare anche “mentre dal ministero Beni culturali continuavano ad arrivare pressioni per rendere fruibile al pubblico la Collezione”;

risulta che tali pressioni fossero la diretta conseguenza di quanto noto al Ministro in indirizzo fin da maggio 2015, quando fu messo a conoscenza dall’allora Direzione generale archeologia oltre che della storia dei provvedimenti di tutela della collezione Torlonia, avviati nel 1910 e rafforzati nel 1948, anche dell’incontro avuto dal dirigente con i legali di operatori economici statunitensi già in contatto con i Torlonia perché interessati ad acquistare la collezione e che, a precisa domanda, si erano qualificati come emissari del Getty museum;

pur senza avere formulato un’offerta, il valore asserito della trattativa oscillava fra 600 e 900 milioni di dollari, una cifra apparsa subito inconcepibile, a fronte della stima in lire fatta negli anni ’50, che aggiornata sfiorava (nel 2015) i 20 milioni di euro, e sconfessata anche dal museo californiano, che, interpellato informalmente, smentì il proprio coinvolgimento nell’affare;

al fine di rafforzare la tutela della collezione dai tentativi di esportazione, rinnovando i vincoli allora in essere, la Direzione generale emise un atto di indirizzo con cui sollecitava la Soprintendenza speciale di Roma a compiere un’attenta ricognizione dei diversi nuclei collezionistici del compendio Torlonia, attribuendo alle opere valore documentario a prescindere dalle diverse tipologie, e del loro stato di conservazione; un secondo sopralluogo, poco dopo, ebbe lo scopo di acquisire la documentazione fotografica di cui il Ministero era fino ad allora mancante;

a seguire, la fondazione Torlonia onlus e il Ministero (Direzioni generali archeologia e belle arti e paesaggio, Soprintendenza speciale per il Colosseo, il museo nazionale romano e l’area archeologica di Roma) firmarono, a marzo 2016, un accordo stipulato espressamente per la definizione delle attività e l’individuazione delle strutture destinate anche ad assicurare la fruizione pubblica della collezione di sculture e monumenti di arte classica;

la collaborazione pubblico-privato così sancita doveva esplicarsi in una prima iniziativa, una grande mostra programmata da tenersi entro il 2017, ma che aprirà i battenti, come detto, il 4 aprile 2020, alla quale far seguire “un programma organico di valorizzazione della Collezione, incentrato sulla esposizione ragionata di tutto o di nuclei tematici della stessa in una struttura espositiva da individuarsi congiuntamente, nell’ambito di immobili di proprietà dello Stato o di altri enti territoriali, o di proprietà della famiglia Torlonia o di terzi, da destinare stabilmente a tale scopo”, come dal citato accordo del 15 marzo 2016,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga di aver superato i limiti posti dagli articoli 48 e 67 del codice dei beni culturali e del paesaggio nel momento in cui ha dichiarato che uscirà dal territorio nazionale la collezione più importante al mondo senza che il direttore generale competente, quello dei musei, abbia mai stipulato un accordo culturale in tal senso con il Louvre per avere in Italia beni se non di uguale prestigio almeno paragonabili (ad esempio la Gioconda);

se non ritenga che il principale curatore della mostra agisca in conflitto di interessi, sia nel voler portare la mostra a Parigi sia a Los Angeles, in quanto presidente del consiglio scientifico del Louvre ed ex direttore del Getty research institute;

per quale ragione, a distanza di 4 anni dall’accordo con la fondazione Torlonia, né dal titolare del dicastero né dagli uffici del Ministero arrivino ancora parole chiare sia sulla sede espositiva finale, pubblica, della collezione in Italia, sia sulle condizioni e gli accordi presi al riguardo con i Torlonia, peraltro dilaniati da lotte intestine che potrebbero far riemergere la tentazione di alienare parti della collezione;

se risulti che l’ex dirigente della Soprintendenza speciale archeologia, belle arti e paesaggio di Roma architetto Prosperetti abbia provveduto all’apposizione del vincolo sul compendio ereditario dei Torlonia, come disposto dal giudice (e del quale si parla in “La guerra della famiglia Torlonia: tra sequestri e il (quasi) crac della Banca del Fucino”, su “L’Espresso” del 31 gennaio 2020);

se sia a conoscenza dell’iter della trattativa per la cessione allo Stato da parte dei Torlonia delle eccezionali pitture della “tomba François”, irrinunciabile tesoro nazionale, trattativa avviata da tempo e ripresa nelle circostanze che portarono alla firma dell’accordo con la fondazione ma, ad oggi, non ancora condotta a buon fine.

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