Ascia di Kyniskos del British Museum

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Atto n. 3-01288 (in Commissione)

Pubblicato il 19 dicembre 2019, nella seduta n. 178

CORRADO , DE LUCIA , ANGRISANI , GRANATO , ACCOTO , MORRA – Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. –

Premesso che:

rinvenuta nel 1846 in agro di San Sosti (Cosenza), la celebre ascia-martello del VI sec. a.C., fusa in bronzo, con dedica scritta in alfabeto acheo alla dea Hera da parte di un tale Kyniskos, macellaio o vittimario (non il celebre atleta omonimo di Mantinea, vissuto un secolo più tardi), è esposta al British museum di Londra dal 1884, come ricorda, fra gli altri, un dettagliato articolo pubblicato il 26 agosto 2018 sul web magazine “Fame di Sud” da Alessandro Novoli, intitolato “Dalla Calabria al British Museum: l’incredibile storia dell’ascia votiva di Kyniskos”;

è notorio che il museo britannico si assicurò il reperto magno-greco acquistandolo ad un’asta tenutasi a Parigi nel 1884, ma resta incerto come il prezioso reperto, che almeno fino al 1857 si trovava a San Sosti e già era stato oggetto di varie pubblicazioni, fosse poi finito a Roma, nelle collezioni di Alessandro Castellani che il figlio Torquato, morto il genitore (1883), decise di vendere in lotti separati mediante una serie di aste;

risulta agli interroganti che sulla vicenda già ne 1996 veniva presentato un atto di sindacato ispettivo dall’on. Domenico Romano Carratelli, a cui seguiva, nel corso della XVII Legislatura, l’interrogazione 4-12961 dell’on. Franco Bruno, rimasta senza risposta;

recentemente la questione è stata sollevata anche dalle deputate Ferro e Frassinetti con la presentazione, in data 23 ottobre 2019, di un’ulteriore interrogazione;

considerato che:

si potrebbe supporre che il trasferimento dell’ascia fuori dai confini del Regno di Napoli, alla volta di Roma, sia avvenuto in violazione del decreto borbonico del 1755 atto a vietare l’esportazione degli oggetti d’arte ritenuti di particolare interesse “per eccellenza di lavoro, artificio, o altre rarità”, divieto confermato da Ferdinando I nel 1822 (salvo autorizzazione dell’apposita Commissione d’antichità e belle arti) e ampliato per comprendere anche i manufatti di proprietà privata;

gli archivi non hanno però restituito traccia, finora, né della declaratoria che avrebbe inserito ufficialmente l’ascia di Kyniskos tra gli oggetti ritenuti d’interesse storico-artistico, né qualsivoglia autorizzazione all’esportazione;

si ignora se il trasferimento del reperto fuori dai confini del Regno d’Italia sia avvenuto in violazione della legge n. 286 del 1871 che, nel mantenere in vigore la normativa preunitaria, statuiva inalienabilità e indivisibilità delle collezioni d’arte, o se invece Torquato Castellani disponesse di un regolare permesso di esportazione;

considerato inoltre che il British museum riconosce la provenienza dall’Italia dell’ascia-martello di Kyniskos, e da qualche anno ne segnala correttamente in didascalia l’origine calabrese, mentre in precedenza, per errore, l’attribuiva alla Campania,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo abbia richiesto al British museum l’ostensione del permesso di esportazione, in assenza del quale l’oggetto non può essere uscito legalmente dal nostro Paese per entrare in Gran Bretagna, o se sia comunque a conoscenza dell’esistenza di detto permesso;

se siano in corso e, nel caso, quale sia ad oggi lo stato delle eventuali trattative con il British museum per l’auspicato prestito del reperto, che consentirebbe ai cittadini italiani di goderne, sia pure temporaneamente, esponendolo nel museo archeologico nazionale di Sibari, presunta “patria” dell’ascia;

se abbia contezza di quanti reperti archeologici e opere d’arte di varia tipologia e cronologia, di provenienza dubbia o illegale, ma ragionevolmente trafugate dall’Italia, siano ancora presenti nelle collezioni del British museum e degli altri istituti britannici;

se non ritenga opportuno avviare un sistematico programma di sollecitazioni alla restituzione nei confronti dei grandi musei britannici ed esteri in genere, condotte facendo leva sui principi etici ai quali le istituzioni museali internazionali dovrebbero ispirarsi a prescindere dalla data-limite rappresentata dalla Convenzione Unesco del 1970.

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