Apollo del Louvre

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Atto n. 3-01277 (in Commissione)

Pubblicato il 11 dicembre 2019, nella seduta n. 172
Svolto nella seduta n. 167 della 7ª Commissione (24/06/2020)

CORRADO , ANGRISANI , CAMPAGNA , DONNO , ROMANO , GRANATO , DE LUCIA , PRESUTTO , TRENTACOSTE , MARILOTTI – Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. –

Premesso che:

risulta agli interroganti che il 5 novembre 2019 il museo parigino del Louvre abbia lanciato, anche mediante i suoi canali social ufficiali, la decima campagna di raccolta fondi “Tous Mécènes!”, chiamata “Mission Apollon. Aidez le Louvre à faire entrer ce trésor national dans ses collections”;

la campagna mira ad accumulare (entro il prossimo 28 febbraio 2020) offerte da 5 euro mediante sms e da 50, 150, 500, 1.500 o più euro mediante carta di credito, fino a un minimo di 800.000 euro, da parte di mecenati che vogliano contribuire all’acquisto in atto di una scultura in bronzo del II-I sec. a.C. oggi esposta alla “Galerie Daru”, alta centimetri 68 e raffigurante un Apollo stante, nudo, nell’atto di suonare la cetra (perduta);

tempestivamente l’architetto Antonio Irlando dell’Osservatorio patrimonio culturale ha diramato un comunicato stampa in cui afferma che il ministro Franceschini “dovrebbe chiedere dettagliate spiegazioni alla Francia sulla legittimità dell’acquisto in corso, da parte del Museo Louvre di Parigi, di una preziosa statua in bronzo di Apollo citarista proveniente, ma non si sa in che modo, dal territorio entro cui si trovano gli scavi archeologici di Pompei”, come si legge su un lancio dell’agenzia “Ansa” del 6 novembre 2019;

analoghe richieste sono state avanzate sul web magazine “Fame di Sud” nell’articolo titolato “Quell’Apollo pompeiano che il Louvre vuole acquistare, mentre l’Italia resta a guardare”, pubblicato il 3 dicembre 2019;

in effetti, se l’origine del capolavoro messo in vendita per 6,7 milioni di euro (di cui 3,5 offerti dalla Société des Amis du Louvre) è oggettivamente dubbia, sia nel sito web del Louvre che in quello degli “Amis du Louvre” si legge che la statuetta è un “trésor national” proveniente da Pompei;

sul sito web del Louvre, in specie, nella sezione “Le project d’acquisition”, il paragrafo denominato “Apollo from Pompeii: nearly 100 years on French soil” riproduce i due disegni (nn. 8-9) della scultura in questione pubblicati a p. 37 del vol. V.1 del “Répertoire de la statuaire grecque et romaine” di Salomon Reinach;

la legenda che accompagna i disegni (“B. Environs de Pompéi. Coll. Xav. Durighello (1922), puis au Musée de Californie (1923)”) rivela che l’opera comparve per la prima volta nella collezione di Xavière Durighello, a Parigi, nel 1922, provenendo dai dintorni di Pompei, senza però fornire informazioni circa la sorte del reperto anteriormente a quella data;

una fotografia in bianco e nero, pubblicata anch’essa sulla pagina web citata, documenta le condizioni della statuetta prima della vendita agli avi degli attuali proprietari, avvenuta nel 1925, e la mostra parzialmente coperta di concrezioni perché non ancora restaurata;

quella circostanza, che depone a favore di un recupero avvenuto pochi anni prima, unita alla dichiarata provenienza dell’opera dai dintorni di Pompei, non può che suggerire che essa sia stata rinvenuta negli scavi condotti illegalmente a fine XIX-inizio XX secolo in una delle villae vesuviane;

detti scavi restituirono, tra gli altri capolavori artistici, quel “tesoro di Boscoreale” di cui, a parere degli interroganti, il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, nell’interesse dell’Italia, potrebbe e dovrebbe richiedere alla Francia almeno la comproprietà;

considerato che:

nel 2017, quando gli eredi dell’acquirente del 1925 la reimmisero sul mercato antiquario, la statua è stata dichiarata dalla Francia “trésor national“, solo a motivo della sua documentata permanenza nel Paese per poco meno di un secolo, ragione addotta anche per dare maggior forza alla volontà del Louvre di assicurarla alle proprie collezioni;

a parere degli interroganti nella vicenda si rileva un’imbarazzante unilateralità nella vantata amicizia italo-francese, risolta sempre a detrimento degli interessi nazionali, come dimostrò il caso, ormai datato, della commode settecentesca uscita dall’Italia per impreziosire il museo di Versailles, nonostante fosse vincolata e l’ufficio esportazione del Ministero avesse dato parere contrario,

si chiede di sapere:

se, al netto della dichiarata provenienza italiana (e più puntualmente vesuviana) della scultura già in collezione Durighello e oggi in procinto di essere acquistata dal Louvre, il Ministro in indirizzo abbia richiesto l’ostensione o se sia comunque a conoscenza dell’esistenza di un permesso di esportazione grazie al quale l’opera sia uscita legalmente dal nostro Paese per entrare in Francia;

se, in caso di assenza del permesso, non ritenga che la bimillenaria presenza della statua di Apollo citaredo in Italia legittimi il nostro Paese, ben più dei francesi, a considerare l’opera patrimonio della nazione e ad adoperarsi fattivamente, sia perché la proprietà italiana venga riconosciuta dai transalpini, sia per rientrarne in possesso;

se non colga un fondo di malafede nell’operazione avviata dal Louvre, dal momento che la Francia, ratificata la convenzione Unesco di Parigi del 1970 solo a distanza di quasi 30 anni (1997), si è ben guardata dall’applicare al caso di specie l’art. 15 della convenzione, cioè la possibilità di accordi speciali tra Paesi per la restituzione di beni culturali esportati illecitamente prima del 1970;

se non reputi censurabile l’agire del museo del Louvre, istituzione con fini dichiarati di ricerca, conservazione ed esposizione, ma disposta a macchiarsi del reato di ricettazione (prescritto) acquistando un reperto che sa essere entrato in Francia illegalmente, sia pure un secolo fa, proprio come negli anni ’80 e ’90 risulta averne acquistati da un noto trafficante italiano;

se non ritenga doveroso chiedere conto ai francesi dell’incoerenza dimostrata, ignorando bellamente le conseguenze della notoria provenienza italiana dell’Apollo citaredo mentre, proprio in forza del citato art. 15 della Convenzione di Parigi, hanno restituito beni culturali di assai più alto valore, entrati nel Paese ben prima del 1970, a Stati africani come l’Egitto dei quali, evidentemente, intendevano assicurarsi il favore o farsi perdonare antichi peccati;

quali provvedimenti intenda assumere in merito al caso dell’Apollo “pompeiano”, nonché per ripristinare la legalità (e un minimo di lealtà reciproca) nei rapporti tra l’Italia e la Francia.

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