Parco archeologico urbano di Gianmartino di Tiriolo (Cz)

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Atto n. 4-02361

Pubblicato il 23 ottobre 2019, nella seduta n. 158

CORRADO , ANGRISANI , CROATTI , DE LUCIA , GRANATO , LANNUTTI , PIRRO , PELLEGRINI Marco , RICCARDI , TRENTACOSTE , LOREFICE – Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. –

Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

nel 2014 il Comune di Tiriolo (Catanzaro) ebbe un finanziamento PON-FESR per la riapertura delle indagini archeologiche nell’area dell’ex campo sportivo (località Gianmartino), nota per il rinvenimento di strutture e materiali archeologici sin dalla metà del XVII secolo e sottoposta a molteplici interventi della Soprintendenza nella seconda metà del XX secolo, senza che il sito fosse mai indagato approfonditamente, né i risultati delle indagini svolte pubblicati o i ruderi resi visitabili;

un saggio di scavo (con una superficie di circa 120 metri quadrati totali) fu aperto a primavera 2015 sotto la direzione tecnica del dottor Ricardo Stocco, consulente archeologo della ditta ISA Restauri Srl, aggiudicataria dell’appalto. Essendo emersa una struttura monumentale di IV-III sec. a.C. in straordinario stato di conservazione, l’archeologo Stocco, in accordo con l’Amministrazione comunale, propose alla dottoressa G. Verbicaro della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio (SABAP) per le province di Catanzaro, Cosenza e Crotone, direttore scientifico dell’intervento, di ridurre la superficie d’indagine prevista per riservare parte della somma a disposizione al restauro delle strutture già a vista e alla valorizzazione del sito. Nacque così, ad aprile 2016, il Parco archeologico urbano di Gianmartino;

ai fini dell’edizione completa del contesto archeologico, anche lo studio dei reperti mobili, inizialmente non previsto, apparve presto indispensabile: oltre alle ceramiche, si contavano quattro straordinari capitelli, pressoché integri, con abbondanti tracce di policromia, e altri in frammenti; suppellettile bronzea, circa 300 monete (di cui 110 d’argento) e molta coroplastica votiva;

a giugno 2016, Stocco inoltrò richiesta formale di studio, richiesta assentita in luglio dal segretario regionale del Ministero per i beni e le attività culturali (MIBAC) Calabria, ma formalmente resa attiva solo a dicembre 2016 (e valida prima un mese, poi un altro mese, poi un anno), cioè dopo che l’archeologo aveva atteso alla relazione finale dello scavo, composto il pacchetto della documentazione allegata, steso la bozza di indice per la pubblicazione e la lista dei componenti della squadra di studio, di alto profilo, parte dei quali indicati dalla Verbicaro;

Stocco poté dunque accedere al magazzino dei reperti solo a gennaio 2017 e per molti mesi il gruppo di studio fu impegnato a titolo gratuito, ma con l’onere pieno della responsabilità penale e legale di quanto avveniva, per provvedere al lavaggio dei reperti, alla catalogazione e al riordino dei materiali, nonostante che durante i mesi di scavo persone espressamente indicate dalla funzionaria della SABAP fossero state retribuite dalla ditta per svolgere quei compiti. Inizialmente, inoltre, il gruppo fu incaricato di procedere all’individuazione, al lavaggio e alla ricomposizione di 100 reperti, al fine di consegnarli a un catalogatore esterno nominato e pagato dalla Soprintendenza;

solo a maggio 2017 fu espressamente detto allo Stocco, per la prima volta, che la pubblicazione sarebbe stata autorizzata quando, chiuso lo studio e consegnata tutta la documentazione, la SABAP avesse avuto modo di valutare la qualità del lavoro prodotto e, poco tempo dopo, definiti inutili dalla Verbicaro il lavaggio e le stime quantitative dei reperti già effettuati, Stocco e i suoi furono sollecitati a sbrigarsi, perché altri avevano inoltrato richiesta di studio. Inoltre la SABAP avrebbe cercato e creato in almeno due occasioni, in quei mesi, motivi per sostenere l’inaffidabilità e l’inadeguatezza professionale del dottor Stocco, mirando a estrometterlo da ogni ulteriore attività su Gianmartino e dunque a liberarsi, con lui, di tutto il suo gruppo. Al professionista è stata dunque preclusa ogni collaborazione lavorativa e la sua damnatio memoriae, da parte della SABAP, è stata sollecitamente comunicata e imitata in tutti gli ambienti scientifici;

la concessione della proroga dell’autorizzazione al lavoro sui reperti, assentita fino a settembre 2018, è costata allo Stocco serrati scambi di PEC con la Soprintendenza e l’assistenza di un ufficio legale; né la SABAP ha desistito dall’azione intimidatoria nei suoi confronti, mentre lo stesso, sempre gratuitamente e coinvolgendo professionalità di altissimo livello del mondo accademico nazionale, proseguiva faticosamente lo studio del contesto e segnalava il degrado di alcune delle strutture in situ, così come di molti reperti depositati in magazzino (intonaci e metalli in primis);

con un, a parere degli interroganti vergognoso, ultimatum telefonico, inoltre, si fece intendere allo Stocco dalla Direzione scientifica che gli sarebbe stata autorizzata la pubblicazione solo se avesse lasciato l’edizione dei capitelli ad un ex funzionario di zona, in pensione, quale riconoscimento del lavoro da lui svolto su Tiriolo. Lavoro che, considerato il ruolo e le somme spese, non appare particolarmente meritorio;

a maggio 2019 avveniva la consegna, a mano e subito dopo via e-mail, al Sindaco di Tiriolo, al direttore del Museo archeologico, al soprintendente dottor M. Pagano e al nuovo funzionario di zona, dottoressa S. Morsiani, di una più che esaustiva relazione finale, comprensiva delle schede-tipo utilizzate per la raccolta di tutti i dati e della redazione di sintesi delle ipotesi interpretative. Ciò nonostante, a fine luglio 2019 il soprintendente, con atteggiamento opposto a quello tenuto all’atto della consegna, ha intimato allo Stocco, via PEC, di inviare entro 60 giorni tutta la documentazione prodotta, rilevando l’inadeguatezza di quanto contenuto nella relazione offerta. In aggiunta, la nota del Pagano minacciava che, in caso di mancata consegna, sarebbe stato accordato il permesso di studio ad altri consulenti indicati della Soprintendenza,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo ritenga che, ove l’onere della manutenzione di un sito archeologico spetti al Comune, la Soprintendenza non possa arrogarsi il potere di stabilire chi e quando, oltre che come, debba eseguire detta manutenzione;

se reputi che quando, come a Tiriolo, una Soprintendenza disattenda per decenni al compito di rendere adeguatamente noti i risultati delle sue ricerche, non possa poi rivalersi (minacciando, per ritorsione, di passare ad altri il permesso di studio) su un gruppo spontaneo, qualificato ed autofinanziato di professionisti che, per la prima volta, adempiono a quest’obbligo;

se non valuti che i depositi archeologici dovrebbero essere un luogo aperto a tanti occhi e al confronto tra gli studiosi, purché paritario, equo e onesto;

se, infine, non ritenga che la vicenda Gianmartino, esemplare nella sua negatività, possa essere l’occasione per introdurre norme finalizzate a scardinare finalmente una logica perversa, che si annida in seno alla gestione dell’archeologia pubblica italiana: quella per cui il disegno tecnico della ceramica, le analisi degli impasti, le schede descrittive dei reperti, le analisi autoptiche sulle malte e i rilievi metrici sulle strutture non sono considerati prodotto originale dell’intelletto, dunque proprietà di chi li produce, persino quando lo fa a titolo volontario per assicurare la pubblica fruizione dei dati e dunque la promozione del sito.

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