“Magnifici Ritorni. Tesori aquileiesi dal Kunsthistorisches Museum di Vienna”.

Presentata a Roma il 3 giugno, apre i battenti sabato 8 la mostra che celebra i 2200 dalla fondazione di Aquileia: “Magnifici Ritorni. Tesori aquileiesi dal Kunsthistorisches Museum di Vienna”. Sono oltre 300, in effetti, i reperti di grande pregio che da Aquileia presero la via del prestigioso museo viennese durante il dominio austro-ungarico sulla Venezia Giulia: dal 1817 allo scoppio della prima guerra mondiale. Ora, poco più di 100 pezzi, alcuni obiettivamente eccezionali, rientrano in Italia per essere esposti nel Museo Archeologico Nazionale della città giuliana fino al 20 ottobre. Alla soddisfazione espressa dal MiBAC, dal Kunsthistorisches Museum e della Fondazione Aquileia, nonché dalle autorità locali, possiamo aggiungere anche un po’ della nostra di calabresi. Pochi sanno, infatti, che finora solo 45 di quei ‘tesori’ avevano lasciato le collezioni permanenti del Museo di Vienna per tornare ad Aquileia. Sono i reperti che, in ragione dei danni di guerra, Luigi Siciliani (1881-1925) volle a tutti i costi riportare in patria, e ottenne, mettendo in campo tutta la sua abilità diplomatica. Proprio il deputato cirotano inaugurò, a gennaio del 1923, la grande mostra allestita a Roma con gli oggetti d’arte restituiti all’Italia, dopo averla sollecitata più volte già prima di essere nominato sottosegretario di Stato alle Belle Arti (agosto 1922). L’orazione pronunciata quel giorno gronda di patriottismo e nazionalismo ma è di assoluta attualità quando identifica nelle opere artistiche la maggiore ricchezza del Paese e sottolinea il valore “supremamente civile” della restituzione, in aggiunta a quello politico. A lungo, infatti, gli italiani sono esistiti solo nelle opere d’arte, e per secoli presso di loro l’arte è stata sinonimo di nazionalità. Parole che mi sento di sottoscrivere e vorrei sentir pronunciare più spesso. Così come condivido la consapevolezza che avere cura di quelle opere significa rispettare il legame con il passato ma anche “aprire le strade del nostro futuro”. Non mi stupirei se, in futuro, documenti inediti dimostrassero che proprio questa lucida percezione della realtà e la grande passione per la cultura classica costarono il posto al sottosegretario Siciliani, quando osò tentare di ottenere indietro dal Museo di Berlino la celebre dea in trono che Locri rivendica ormai da un secolo, come insinua Giuseppe Macrì in un brillante saggio del 2015.

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